Introduzione

La sera del 10 agosto del 2000 l’aria era ovattata, la canicola estiva lasciava qualche spiraglio a chi era rimasto in città. Le strade erano semideserte. Ero parroco della chiesa di San Giorgio martire dal settembre dell’anno precedente: appena dieci mesi. E’ la parrocchia storica del popoloso quartiere di Pianura. Avevo appena trent’anni. Quella sera ero a casa di amici. Balconi e finestre spalancati per agevolare qualche coraggioso refolo di vento. C’era un silenzio, riposante, forse anche troppo per la città. Chi vive a Napoli non conosce mai veramente cosa sia il silenzio. Forse lo desidera, ma non riesce mai veramente a crearlo. Il giorno volgeva al termine svogliato. Si parlava del più e del meno. Si progettava cosa fare in parrocchia. I pensieri correvano liberi senza troppe mediazioni.

Tutto è interrotto dal suono delle sirene: forze dell’ordine e ambulanze. Il solito rituale si presenta alle nostre menti e ci fa’ esclamare: “E’ successo qualcosa di grave. Hanno ucciso qualcuno”. Nella realtà non ci preoccupiamo più di tanto. E’ tremendo questo, ma è così per chi vive a Napoli o nei territori di camorra: ci abituiamo al peggio come se fosse la normalità. Ci abituiamo alla morte di qualcuno come una delle tante possibilità del nostro vivere comune… civile. A metà strada tra gli uomini e gli animali: come i topi di fogna che si abituano e trovano il loro habitat nell’immondizia.

Tuttavia quella sera di giovedì 10 agosto il rituale fu interrotto da una notizia: erano due giovani che non c’entravano nulla con la malavita. Poco oltre la notizia si specifica ancor di più: la camorra si è sbagliata!
Tremendo. Non v’è convivenza più fragile e precaria di quella che dà per scontato che si può morire per un nulla: puoi passeggiare, fare la spesa, stare con la tua ragazza o la tua famiglia, girovagare con gli a mici o fare qualun
que altra cosa e trovare la morte!

A questo non ci si può arrendere e non ci si deve.
Sabato 12 agosto, la parrocchia con gli amici di Gigi e Paolo e tanta gente comune organizzammo una fiaccolata da piazza San Giorgio al luogo dell’eccidio. Le fiaccole erano tutte le candele che ero riuscito a trovare negli armadi della parrocchia. Eravamo a ridosso del ferragosto. Al cancello della parrocchia appendemmo un semplice cartello con l’indicazione dell’ora della fiaccolata. Eravamo tantissimi. Uno striscione degli amici di Gigi e Paolo apriva il corteo: “Il 10 agosto sono cadute due stelle…”. C’era tantissima commozione e sdegno. Una preghiera e un lungo applauso conclusero la fiaccolata.

La storia

I funerali si svolsero in date separate: per Gigi sabato 12, per Paolo lunedì 14. Ai funerali di Gigi non v’era alcun rappresentante delle istituzioni; a quelli di Paolo un assessore. Nell’omelia provocatoria mente dissi: “Se oggi Gesù arrivasse a Pianura, forse volterebbe le spalle a questo quartiere, soprattutto a quelli che con il loro silenzio alimentano violenza e degrado”. Ne sono convinto: non può esserci convivenza pacifica nei nostri territori se non c’è un corposo e stabile sussulto di cittadinanza attiva, se ognuno non si impegna a rispettare le regole e a pretendere che le istituzioni le facciano rispettare.

Dopo quei giorni così tristi ci furono altre fiaccolate, marce, incontri-dibattito con le istituzioni e alti vertici dello Stato per tenere accesi i riflettori su questa parte della città di Napoli. La malavita ama il silenzio. E noi invitavamo il questore, il prefetto, sottosegretari. E poi radio, tv, carta stampata. Il sacrificio di Gigi e Paolo non era stato vano.

La Casa del Giovane in memoria di Gigi e Paolo è un punto di arrivo di un processo di consapevolezza, maturazione e rielaborazione di come vivere e impegnarsi nel proprio territorio. Le energie di tante persone messe al servizio di un progetto educativo formato da vari laboratori e da un’aula multifunzionale che vuole accogliere gli studenti di Pianura e altrove per lezioni sulla legalità, testimonianze e racconto della vicenda di cui siamo stati testimoni: il male può trasformarsi in bene.

La musica accompagna sempre i momenti più importanti della vita, come un amore, una serata speciale, un’estate, o è semplicemente la colonna sonora della routine, della scuola o del lavoro, dei viaggi in macchina o in metro: così anche quella sera lo stereo continua ad intonare le sue canzoni. L’ultima, quasi un triste presagio di quello che stava per succedere o forse una specie di testamento dei due amici, è quella di Jessica Folker, How will I know, di cui si riportano alcuni stralci, in traduzione italiana:

“Non voglio che tu pianga
Non voglio che ci diciamo addio
Ma so che sei a pezzi
(…)
Ora è troppo tardi
Siamo arrivati a questo punto
Per vedere cosa c’è nascosto dentro
Sebbene abbiamo detto che non ci saremmo mai separati Sebbene abbiamo detto che non ci saremmo mai separati Forse ho esagerato
Credere nell’amore
Non so perché

Non preoccuparti
Te lo assicuro
E’ per il meglio
Quindi, penso che dovremmo lasciar stare ora e forse ritroveremo l’amore

Non voglio che tu pianga
Non voglio che ci diciamo addio”

Queste le parole rese durante il processo da uno degli esecutori materiali, condannati dopo sei anni di indagini e dibattimenti:
“Quella sera ci trattenemmo con mio zio Luigi Mele nella sua villa (quella che oggi è la Casa del Giovane, ndr). Eravamo io, Carmine, Eugenio e Chiocchiello (Pasquale, ndr). Mele disse che dovevamo vedere quello che dovevamo fare per dimostrare la nostra forza sul territorio e così intorno alle 11 uscimmo tutti e quattro.

Avevamo una sola pistola, una 9×19 (…) Andammo a casa di Benito Balestrieri e lì attendemmo Carmine che era andato a prelevare un fucile a pompa nascosto in via Cannavino. Partimmo poi per la spedizione: qualunque affiliato ai Lago avessimo trovato l’avremmo ucciso. (….) In traversa San Donato Carmine notò una Lancia Y davanti a casa Marra e disse che il clan Lago la utilizzava. Scesi dal motorino e preso dall’eccitazione credetti di riconoscere Salvatore Bemar seduto a lato passeggero: invece era Luigi Sequino.

Mi avvicinai e feci fuoco mentre Pasquale fece altrettanto dall’altro lato su Paolo Castaldi”.
Come avviene per qualsiasi lavoro, gli assassini tornano a riscuotere il compenso, circa 250 euro. Subito dopo l’omicidio, come si legge nella sentenza, “tutto il gruppo si diresse all’abitazione del Mele (attualmente la Casa del Giovane ndr) ove lo stesso Luigi Pesce ricevette da quegli la somma di 500.000 lire, dopo averlo informato di aver soppresso “Bemar” ed altra persona”

LA CASA DEL GIOVANE IN MEMORIA DI GIGI E PAOLO, VITTIME INNOCENTI DELLA CRIMINALITÀ

L’OMICIDIO PER ERRORE DI DUE GIOVANI: COME TUTTO EBBE INIZIO!

“Nella serata del 10.8.2000 si verificava in Napoli uno dei più sconvolgenti ed efferati fatti di sangue accaduti nell’area cittadina, destinato a suscitare clamore e, soprattutto, a lacerare la coscienza civile in misura forse mai registrata in precedenza”: si esprime così la V sezione della Corte d’Assise di Napoli, nella sentenza di condanna degli assassini, per definire l’omicidio di due giovani innocenti, Gigi Sequino e Paolo Castaldi. La villa del boss dalla quale – secondo le dichiarazioni confessorie – partirono i sicari dei due ragazzi è diventata nel 2014 la Casa del Giovane in memoria di Gigi e Paolo, vittime innocenti della camorra, un luogo aperto a tutti i giovani, per sostare e pensare, innanzitutto, e poi fare molto altro, come si spiegherà più avanti. È così che dalla morte nasce la vita, che dal male, con l’impegno ed il coraggio, può nascere il bene.

Ma ripercorriamo i fatti.
Una tranquilla sera d’agosto due amici, Gigi e Paolo, si trattengono in macchina sotto casa per chiacchierare delle imminenti vacanze. E’ la loro estate, una delle prime in viaggio da soli: una parola tira l’altra tra l’organizzazione pratica, gli amici, le ragazze, una risata, desideri, sogni… Avere vent’anni è anche questo.

Da lontano, Gigi e Paolo sentono il rumore di alcuni scooter che sfrecciano nella loro direzione: certamente non è una novità di sera a Napoli; a stento ci fanno caso, mentre continuano a parlare, a scherzare. Di colpo quei motorini frenano accanto alla loro macchina: Gigi e Paolo si voltano quando sentono una voce gridare: “Bemaaaar”.

I due ragazzi non ne capiscono il significato e hanno a malapena il tempo di vedere un volto inferocito con un fucile in mano; forse vorrebbero tentare di dire o fare qualcosa ma non ne hanno il tempo. L’uomo apre subito il fuoco. Quattro colpi di fucile vengono esplosi contro Gigi, mentre dall’altro lato un altro sicario spara con una pistola, mirando alla testa di Paolo. Non c’è speranza per nessuno dei due. Ma uno di loro, Gigi, non muore subito, solo poco più tardi: sente lo strazio della morte che sopraggiunge e, forse, in quel brevissimo ed infinito spazio di tempo, nel suo cuore c’è posto per una domanda: “Perché?”.

Quel grido, “Bemar”, l’ultima parola udita dai due ragazzi, indicava il soprannome di un affiliato al clan camorristico rivale degli uomini armati. Un incredibile, tragico errore: in preda all’eccitazione della droga, come emerge dalle dichiarazioni confessorie di uno di loro, i sicari avevano sbagliato bersaglio.

COSA SUCCEDE DOPO L’OMICIDIO DI GIGI E PAOLO
L’intero quartiere decide finalmente di ribellarsi alla criminalità e scende in piazza con numerose fiaccolate e manifestazioni pacifiche per dire basta ad una escalation di violenza che trova nella morte dei due giovani innocenti il suo culmine ma che, in realtà, andava avanti da tempo, con una vera e propria guerra tra clan che spargeva terrore in tutta la zona.

IL MOVIMENTO SAN MATTIA

Grazie all’appoggio dei cittadini onesti, che si rivelarono decisamente la maggioranza e con l’impegno in prima linea del sacerdote Vittorio Zeccone, nacque la prima associazione antiracket della Campania, nel marzo 2003, e, il mese successivo, un’altra associazione, stavolta giovanile, denominata San Mattia Onlus, che crebbe man mano nel tempo, diventando una realtà ampia ed eterogenea.

Nata come onlus e fondata nel 2003 da trenta ragazzi di Pianura, guidati da don Vittorio, l’associazione San Mattia è diventata un vero e proprio Movimento che conta oggi centinaia di giovani partecipanti, provenienti attualmente da ogni parte di Napoli e della Campania. Fra i membri, vi sono familiari e molti amici delle vittime innocenti.

L’obiettivo dell’Associazione, all’indomani dell’omicidio, è stato quello di creare occasioni e luoghi di aggregazione per i ragazzi del popoloso quartiere di Pianura, in grado di rappresentare un’alternativa alla strada e contribuire a diffondere la cultura della solidarietà e della legalità, in contrapposizione a quella della violenza e della criminalità.

Il nome San Mattia, deriva da quello dell’Apostolo che, dopo il tradimento ed il suicidio di Giuda, lo sostituì, entrando a far parte dei Dodici. La scelta di questo nome pone l’accento sullo spirito di accoglienza dell’ultimo, del nuovo arrivato; da qui la scelta del motto dell’Associazione “Accolti per accogliere”.

È in questo spirito di accoglienza che il Movimento è cresciuto negli anni, mantenendo costantemente incontri di riflessione e spiritualità, dando vita a numerose iniziative in campo sociale, come – tra le tante – raccolte di generi alimentari da donare alle mense dei poveri della città di Napoli, esperienze di volontariato nelle Filippine, in Indonesia e in Guatemala, raccolte

di medicinali e generi di prima necessità da inviare in queste terre di missione, realizzazione di gazebo illustrativi e svariate iniziative di sensibilizzazione in strada e nelle scuole per coinvolgere altri giovani, laboratori teatrali, giornate di condivisione.

IL DESIDERIO DI FARE DI PIÙ

Tutto questo è avvenuto senza mai avere una sede stabile ma con disponibilità di fortuna che di volta in volta si presentavano. A distanza di dieci anni dalla fondazione del San Mattia, si fa sentire non solo sempre di più l’esigenza di avere un punto di riferimento fisso ma nasce nel cuore di molti il desiderio di fare qualcosa in più per i giovani, il desiderio di donare loro un luogo stabile per potersi confrontare, magari imparare qualche mestiere, studiare ma, alla base di tutto, fermarsi un attimo. In una società che fa della velocità il suo ritmo costante, tanti sono i ragazzi che hanno bisogno di concedersi una tregua per sostare e pensare. Ecco come nasce il desiderio sempre più forte di una Casa adibita proprio a questo.

La strada è in salita.
I giovani hanno tantissime energie… ma pochi soldi! Ne consegue, allora, la necessità delle istituzioni, la richiesta di aiuto allo Stato per una Casa. Tra non poche difficoltà ma anche la disponibilità generosa di tanti funzionari appassionati dal progetto, quel desiderio sembra prendere corpo e la richiesta pare trovare un certo accoglimento negli enti pubblici.

LA VILLA CONFISCATA DEL BOSS DIVENTA CASA DEL GIOVANE
È proprio in quel periodo, siamo ormai nel 2013, che viene confiscata la villa del boss dalla quale – secondo le ricostruzioni confessorie – partirono i quattro sicari che uccisero per sbaglio Gigi e Paolo.

Sembra un film: l’associazione nata all’indomani del brutale assassinio e della quale fanno parte parenti ed amici delle vittime sta cercando una Casa tra i beni confiscati sul territorio e proprio in quei giorni viene confiscata a Pianura la villa da cui partirono i sicari di Gigi e Paolo.
La realtà supera la fantasia.

Il Progetto

Coinvolge ed apre il cuore di un numero sempre maggiore di persone, tra alti funzionari, dirigenti delle Forze dell’ordine, Magistrati, (fare i nomi di ciascuno sarebbe davvero impossibile senza rischiare di tralasciarne qualcuno) fino ad appassionare (si fa qui un nome per tutti) anche il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti, che partecipa – tra le tantissime autorità dello Stato intervenute – sia alla cerimonia di ringraziamento per l’assegnazione della villa alla onlus San Mattia sia all’inaugurazione della Casa del Giovane.

È scattata poi una gara di solidarietà fra le persone che venivano a conoscenza di questo grande progetto e volevano donare il loro contributo: chi piastrelle o igienici, chi un aiuto per un impianto, chi le porte, chi qualche offerta in denaro… con la generosità di molti si è potuto fare davvero tanto.

E così il 13 dicembre 2014 è stata finalmente inaugurata la “CASA DEL GIOVANE IN MEMORIA DI GIGI E PAOLO VITTIME INNOCENTI DELLA CRIMINALITÀ”

Com’ è

La Casa è attualmente un luogo-comunità aperto a giovani, alle scolaresche ed ai gruppi per una giornata o per un’esperienza prolungata, dove realizzare l’incontro ed il confronto tra gli ospiti e coloro che vivono nella Casa, in uno spirito di condivisione e volontariato.

La struttura è aperta alle scuole per fare lezione o convegni e allo stesso tempo accoglie coloro che desiderano imparare un mestiere con laboratori di ceramica e arte presepiale.