Completiamo il nostro alfabeto con una parola che appartiene al vocabolario della lingua ebraica. È un vocabolo che fa da chiusura a quanto siamo andati dicendo in questa rubrica: riepiloga e puntualizza quello che un giovane credente deve tenere ben saldo nel cammino di conoscenza di Cristo e della fede.
La parola zikkarôn si trova nel libro dell’Esodo: «Questo sarà per voi un zikkarôn; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne» (12,14); essa viene usata dal Signore mentre consegna a Mosè e ad Aronne le indicazioni per come celebrare la Pasqua prima di uscire dall’Egitto. In italiano la traduciamo con «memoriale». Più precisamente indica un “riportare al cuore” facendo rivivere nella memoria il passato. Quando il termine è usato in ambito liturgico indica un’azione salvifica da parte di Dio che si è compiuta nel passato, ma il cui effetto e la cui presenza perdurano nel tempo e quindi anche nel presente, affacciandosi persino sul futuro. Così l’ebreo ogni anno celebra la Pasqua perché Dio continua ad assicurare il dono della libertà al suo popolo. Così l’Eucarestia è uno zikkarôn perché rende presente ed efficace la morte e resurrezione di Gesù: «Questo è il mio corpo – dice Gesù nell’ultima cena – che è dato per voi; fate questo in memoria di me… Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (Lc 22,19; 1Cor 11,25).
Lo zikkarôn biblico è l’eternità che penetra nel tempo e ciò che è eterno non si estingue, mantiene tutto il suo valore. Per questo la preghiera biblica consiste nel «ricordare gli anni lontani… ricordare le gesta del Signore, ricordare le sue meraviglie d’un tempo» (Sal 77,6.12).
Il mondo con il suo correre sembra un’automobile che si muove ad alta velocità senza freni. Non facciamo a tempo a ricevere una notizia, a scoprire qualcosa su di noi che subito siamo attirati nella trappola di un’altra notizia o di un’altra cosa da fare. Per come abbiamo impostato la vita sembra una corsa contro il tempo. Spesso diciamo: tutto questo correre dove mi porterà? Eppure riprendiamo la corsa. Anche nel cammino di fede si rischia di passare da una cosa all’altra solo per adempiere funzioni, coprire ruoli, fare delle cose. Dimenticandoci che tutti questi sono strumenti, non il fine.
In concreto: che cosa debbono ricordare i giovani credenti? Bombardati da notizie e immagini ogni giorno i giovani che vogliono intraprendere un cammino di fede debbono concentrarsi sul desiderio di tenere vivo ciò che conta. Trattenere, ricordare al cuore che quello che conta è costruire una base solida per un autentico cammino con Cristo. Ci sono situazioni, realtà che non passeranno mai, così come per la bibbia «cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,35; Mc 13,31; Lc 21,33).
Proviamo allora a riepilogare i zikronot, i memoriali da ripetere e tenere fermi nella vita di un giovane. Li chiamo tria memoralia e non vanno pensati o semplicemente ricordati; piuttosto vanno celebrati all’interno di un percorso di fede. Sta alla fantasia dei pastori costruire momenti celebrativi. Data la natura esistenziale i memoriali sono condivisibili e non richiedono un’opera di convincimento.
Anzitutto è opportuno che un giovane faccia continuamente il memoriale della vita come dono prezioso. Va bene interrogarsi sull’origine e sulla formazione della vita da diversi punti di vista, ma questo non cambia l’essenza: Io vivo, esisto, c’è un me. Puoi credere o meno, ma questa è una realtà. La mia vita è un dato di fatto. Contemplare questo memoriale comporta imparare a scorgere un perché nei miei giorni? Tra tutti gli esseri possibili io ci sono, e sono irripetibile. Per questo la mia vita è preziosa, vale. Al di sopra del piano della fede – che consegna una soluzione al dilemma della vita – la mia esistenza è un dato incontrovertibile. Dunque: passarla nell’attesa che termini o impiegarla per un fine? Ritrovo in me un dinamismo migliorativo, non solo biologico, ma anche intellettuale e spirituale nel senso più ampio. Sperimento che non mi accontento e che se posso scegliere prediligo il meglio, il buono. Questo trascendimento dal punto di vista biblico dice che Dio non ci fatti poveri, ma capaci di «moltiplicarci, di riempire la terra, soggiogarla, dominare sui pesci del mare e gli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gn 1,28). Tutto ciò va celebrato per liberarlo dalle catene che vogliono stringere la vita nei gironi della malvagità e dell’egoismo.
C’è poi il memoriale della fede. Ad un certo punto, dopo aver attraversato le stagioni tumultuose, ritroviamo che il seme della fede ricevuto nel Battesimo è rimasto e ha messo radici. Questo dono – probabilmente – è rimasto saldo per l’educazione, l’ambiente… ma soprattutto per la grandezza del donatore. Non nasciamo credenti in Dio salvatore. Forse la natura umana ha una predisposizione alla religione. Ma la fede è tutta un’altra cosa: è continuare a rispondere con la nostra vita a quell’attrazione d’amore che sentiamo nel profondo di noi stessi verso Gesù morto e risorto per noi, un’attrazione con cui ci ritroviamo a fare i conti anche quando prendiamo strade sbagliate. E in ragione di questa attrazione d’amore sappiamo nel profondo del nostro cuore che Dio c’è, agisce, guida in qualche modo la storia. Se tu – caro giovane – hai amato più la luce che le tenebre (cf. Gv 1,5) non è solo per un esercizio delle capacità della ragione[1] ma perché in te agisce lo Spirito di Dio. Chi ha la fede possiede un di più nel proprio patrimonio esistenziale: per fede credi ciò che non vedi, così vivendo secondo la fede potrai oltrepassare tante altre volte la barriera della propria fragilità, proprio come Gesù ha promesso: «chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). Nel memoriale della fede va celebrata non solo la fede esplicita in Gesù Cristo ma anche quella spinta all’ulteriorità presente in ogni persona.
Per il giovane credente è fondamentale il memoriale della comunità. Da soli non possiamo vivere. Gli altri sono una realtà e nel percorso di fede sono importanti. La fede privata, a tratti rassicurante, è una grande bugia. Nella comunione di intenti si edificano progetti, si coinvolgono gli altri, verifichiamo noi stessi. Gesù non ha voluto fare a meno di una comunità, quella degli apostoli, con la quale condivideva giornate e missione. Celebrare il memoriale della comunità è rimettere al centro ciò che ci unisce al di là delle differenze, è riposizionare la vita dei singoli che a volte può essere rimasta ferita ma che staccata dalla comunità perde sapore e torna a riempirsi delle cose del mondo.
Vita, fede e comunità: tre pilastri che non vanno mai dati per scontato.
p. Vittorio Zeccone, sdv
[1] Romani 1,19-21: «Poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa».