Marco Mengoni, nel 2015 ha sfornato un brano di successo – Esseri umani – dove canta: «Credo negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani / Prendi la mano e rialzati / Tu puoi fidarti di me / Io sono uno qualunque… uguale a te. / Ma che splendore che sei / Nella tua fragilità / E ricordo che non siamo soli / A combattere questa realtà […] / L’amore ha vinto, vince, vincerà». Il messaggio in fondo è semplice: credo negli esseri umani significa credo negli altri, mi accorgo degli altri, li ascolto, li guardo, provo ad empatizzare con loro e le loro emozioni.
Quando chiedo agli adolescenti quali qualità possiedano, loro mi guardano stupiti e spesso sono incapaci di rispondere. Pensano che devono per forza vincere qualche premio per dirsi bravi in qualcosa; pensano che i talenti siano solo quelli della TV che si esibiscono e che litigano tra loro nei vari talent show. Così la bellezza di essere se stessi, la passione per qualche cosa sono virtù spesso sopite anche perché non abbastanza rinforzate e valorizzate dai genitori e dagli adulti in generale. Per non parlare del pianto: è inaccettabile, è sempre solitario, a volte presente solo quando impossibile da trattenere. Eppure solo quando ci confrontiamo con le nostre paure, con le nostre tristezze e troviamo il coraggio di stare con loro, di guardarle, di accettarle, di capire che la vita non è solo un copione da recitare, allora troviamo una forza ed una energia meravigliose.
Dall’altro lato i giovani sono chiamati ad esprimersi in un contesto culturale caratterizzato da due poli: l’uomo “che si è fatto da sé”, onnipotente, tecnologico, digitale, centrato su di sé, narcisistico e l’uomo che tuttavia si scopre ogni giorno debole, bisognoso di relazioni umane vitali, di equilibrio tra affetti ed emozioni, di senso.
La conseguenza è un quadro di vita che crea aspettative, attese; un carico enorme per chi – come i giovani – sono alle prese con la costruzione di se stessi. Da tutto ciò non si può fuggire: la situazione è questa. La sfida è quella di aiutare le giovani generazioni, una volta riconosciuti i condizionamenti e i rivestimenti, a saper cogliere in questa frammentarietà ciò che vale, che rimane indisponibile ad ogni manipolazione culturale, l’essenziale del messaggio sull’uomo.
A noi interessa leggere il tema dell’umanità a partire dalla figura di Gesù che, nella fede cristiana, è Uomo e Dio; in Lui non c’è solo l’indicibile di un Dio incarnato ma anche la sua umanità straordinaria, che rimane un modello al di là di ogni epoca e prospettiva.
Per evitare di scadere in definizioni improbabili, ci soffermiamo soprattutto sui tratti di questa umanità vissuta da Cristo.
Gesù ha vissuto la sua esistenza in mezzo al popolo d’Israele e come tale ha agito secondo il paradigma e i codici di quella cultura: come ogni ebreo era del tutto consapevole del limite e della non autosufficienza e quindi viveva la capacità di affidarsi oltre, al Dio dei Padri; era consapevole di vivere sotto lo sguardo di Dio che continua a chinarsi sulla fragilità dell’uomo; era consapevole di stabilire una relazione di profonda riconoscenza a Dio impegnandosi a vivere. Oggi questo clima culturale è del tutto assente. Non illudiamoci di cambiarlo. Piuttosto la sfida è quella di accompagnare i giovani fino al momento in cui si paleseranno i bisogni esistenziali di affidamento, di certificazione della propria fragilità e di bisogno di relazioni forti. Accompagnamento vuol dire poi affiancamento discreto ma quotidiano, moltiplicazione di luoghi di interazione in cui la mentalità dominante (quindi vincente!) riceve dei contrappesi dalla proposta di valori alti (quella perdente!).
Ma cosa contrapporre? La domanda non è peregrina. Non possiamo contrapporre il tavolo da ping-pong, le vacanze col parroco fico, o qualsiasi altra declinazione della pastorale subordinata. Di questo rimane solo una leggera impressione.
Piuttosto consideriamo alcuni tratti dell’umanità di Gesù come ispiratori per allestire contenitori pastorali in cui la linea ‘perdente’ abbia un peso maggiore di quella vincente.
- Uomo vero. Saper presentare questa verità è aiutare a cogliere in lui non un supereroe (una divinizzazione post-contemporanea) ma la vita come dono da accogliere: ha ubbidito e disobbedito, ha provato amarezza, ha avuto paura, ha provato gioia, ha coltivato relazioni profonde con i suoi discepoli fino a considerarli davvero amici, è accogliente, dà fiducia, si sdegna, sa cogliere le differenze nella realtà senza lasciarsi illudere.
- Personalità. Gesù ha saputo tenere insieme e armonizzare dei forti elementi contrari: tenerezza e indignazione, apertura all’altro e richiamo forte al cambiamento; ha una grande libertà interiore, non ha paura di dire le cose come stanno ma sempre a favore della persona, specialmente quello meno fortunata.
- Compassione. Gesù ha un agire che è prevalentemente ‘terapeutico’: chiunque lo incontra riceve qualcosa di buono; ha uno sguardo sempre piegato verso l’altro: Egli non va verso l’altro per prendere qualcosa ma per aiutare l’altro a togliere il dis-valore (emarginazione, malattia, sofferenza…). La compassione è la prima intenzione di Gesù, (non ha secondi fini), non è né affettato, né ricercato.
- Disponibile perché amato. Gesù è un uomo che si sente amato e si coglie come amato, e questo Amore chiede in Lui una corrispondenza che consiste nel restituire a tutti quelli che incontra l’Amore nella dimensione della gratuità.
- Riconoscenza. Gesù sa di essere anzitutto amato dal Padre e questo fa si che Egli abbia un “io ricettivo”, una ragione che non può non riconoscere che prima di tutto c’è un bene che lo precede, sempre. Per questo è capace di per-donare, di donare in modo smisurato anche quando viene offeso.
- Vivere per una causa. Egli vive per un progetto che supera la sua umanità e che costituisce il suo sogno per il mondo. I vangeli chiamano questa causa “regno di Dio”, “vita piena e abbondante”. Per questo Gesù si rivela come un uomo amante della vita e appassionato perché tutti accolgano in sé la vita in pienezza.
- Controcorrente. Gesù non vive nella prigione del proprio. Il suo codice di vita trova nel racconto delle Beatitudini il proprio manifesto: si tratta di un codice di valori capovolto rispetto al quadro di valori dominanti attuali: sobrietà, attenzione ai poveri, rifugio in Dio.
Va da sé che ognuno di questi punti – in un approccio pedagogico dei giovani – deve tenersi ben lontano dalle seguenti derive: ambienti ambigui e doppi, con forti contrapposizioni, centrati sul merito e non sulla persona, anaffettivi, autocentrati e che strizzano l’occhio alle mode del momento.
La sfida è lanciata. Chi saprà coglierla?
Vittorio Zeccone