La nostra società, improntata all’esteriore, ha coniato un’espressione paradigmatica divenuta una fissazione per molti: «mantenere la forma». Con ciò l’aspirazione di molti è divenuta la ricerca in ogni dinamica e modalità di un ritorno alla forma perfetta. Si tratta di una traduzione in salsa contemporanea dell’ideale classico di bellezza ma con una notevole differenza: mentre il modello classico di bellezza era quello dell’atleta a cui si riconoscevano non solo le virtù fisiche ma anche quelle morali, oggi “la forma bella” si è ristretta al corpo, come se esso potesse essere sganciato dai limiti temporali e di nascita, come se esistesse per davvero una forma perfetta della realtà umana! Potremmo dire: mens insana in corpore sano. Immersi in questa spaventosa opera di impoverimento si sono moltiplicati i maestri del culto del corpo. Non conta ciò che pensi o ciò che vali, ma ciò che mostri. Questo paradigma ha portato alcune discipline a spingersi a livelli prima impensabili. Così l’estetica ha inventato la cancellazione delle rughe, la modifica di parti del corpo che non sentiamo congeniali alla vita, interventi di ogni grado per dimagrire, abbellire, tonificare… L’estremo di questa mentalità si è raggiunto con le tecniche di soppressione della vita, quando essa non è più bella. Queste dimensioni riguardano ogni generazione.
Sul piano strettamente giovanile invece sono emerse fattispecie terrificanti che intristiscono la vita di molti giovani, i cosiddetti disturbi dell’alimentazione: anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo da alimentazione incontrollata. Tra i sintomi vi è l’alterazione della propria immagine corporea: la percezione distorta che la persona ha del suo corpo influenza in modo non obiettivo i suoi atteggiamenti e pensieri. Dominati da questa cultura i giovani dimenticano chi sono e considerano il proprio valore in base al tasso di gradevolezza che suscitano negli altri.
Di fronte al dominio della “forma bella” servono a poco i discorsi paternalisti, le rassicurazioni educative, i tentativi riflessivi. Occorre lavorare molto per uscire dalla nube tossica di tale mentalità. Considerando alcuni elementi già emersi, mi soffermo su temi e tappe di un possibile percorso di trasformazione.
«Chi segue me non cammina nelle tenebre» (Gv 8,12). La prima fase del cammino di trasformazione è quella dell’accoglienza, decisiva per il prosieguo. Una volta che il giovane si è entusiasmato ed in qualche modo avvicinato ad una realtà ecclesiale – cosa che avviene per i motivi più diversi – acquisendo un minimo di “fiducia del principiante”, occorre aiutarlo a individuare luci e tenebre presenti nella sua vita. È il tempo della “fiducia colloquiale”. Il sacerdote (o comunque un operatore pastorale con spirito di paternità) si fa presente nella vita del giovane in maniera equilibrata, non invasiva, né giudicante. Egli viene visto dal giovane come l’occasione per sentirsi libero rispetto ai condizionamenti che avverte (familiari, sociali, relazionali). Compito dell’accompagnatore – a questo primo livello – è tenere a bada la “sindrome del correttore”. Non è il tempo di aggiustare, far notare, evidenziare. È solo il tempo di sostenere, puntellare, iniettare fiducia nel cuore del giovane, qualunque cosa egli abbia detto. È una fase molto delicata, dove colui che è stato beneficato della fiducia da parte del giovane legge questo come un dono dello Spirito Santo e non come un merito del proprio ‘fascino’ e per questo, più che parlare, prega per il giovane. Mai usare il nostro successo fra i giovani per sentirci qualcuno.
«Che cerchi?» (Gv 1,37). Alla domanda di Gesù rivolta ai primi due discepoli corrisponde la seconda fase di tale cammino di trasformazione: la perlustrazione. Solo dopo aver buttato fuori le sue paure e attese il giovane prende consapevolezza di qualcosa di più bello che abita la sua profondità. Egli non sa ancora cosa sia, non riesce a dare un nome e un volto, ma ne avverte il richiamo, come nostalgia di una bellezza originaria. In questa fase l’accompagnatore continua ad essere uno spettatore affettuoso, senza alcuna pretesa se non il bene della persona. In questo è animato dalla certezza che Dio ha dato anche a quel giovane dei doni, ma anch’egli non li conosce, né sa dove condurranno. Perlustrare i fondali dell’animo è operazione difficile per i giovani: è compito di chi lo ha in cura saper indicare le vie per approfondire, scavare senza giudicare nulla prima del tempo e riportare alla luce della coscienza quanto è stato ritrovato. Le spinte a scendere in profondità sono date dal far emergere nel giovane le domande «chi sono?», «verso dove vado?». Non vi è un tempo preciso per questa fase; possiamo dire che è conclusa quando le cose che emergono sono sempre le medesime.
«Venite e vedrete» (Gv 1,39). Il materiale emerso va poi analizzato lasciando il giovane sempre come protagonista. La terza fase è l’elaborazione. Che me ne faccio di tutto quello che ho riportato in superficie? Mi serve? In questa fase l’accompagnatore è animato da una certezza che gli viene dalla fede: nel materiale che il giovane ha trovato dentro di sé vi è il DNA di un progetto, della persona che deve svilupparsi, di una chiamata. Ma lungi dal mettere in atto percorsi assertivi (Dio vuole questo e quest’altro da te!) in questa fase l’accompagnatore deve saper introdurre il giovane all’incontro con la Parola di Dio e la preghiera, gradualmente. L’unico intervento possibile è ridestare la coscienza del giovane che è abituata a infiacchirsi e a lasciarsi trascinare nel vuoto. Come leggere la Scrittura?, come assimilarla?, come dialogare con il Signore?, come pregare? sono i compiti dell’accompagnatore. Egli rimane sempre un collaboratore. Questa fase non sarà breve, perché il giovane dovrà imparare i codici espressivi del Signore, entrare in un linguaggio che non trova abitualmente, sostituire modi di pensare. Questo lo fa’ l’intimo contatto con il Signore.
«Si fermarono presso di lui» (Gv 1,39). È la fase della fermentazione. Il materiale personale nutrito dal materiale divino va lasciato crescere dinanzi ai sacramenti, l’Eucarestia prima di tutto. Qui si fa leva sul desiderio del giovane di voler prendere possesso della propria vita e di farlo avendo scoperto Cristo come roccia. In questa fase non si deve aver paura di presentare il Vangelo senza annacquarlo. Il giovane riesce a cogliere che la sfida di prendere possesso della propria vita ha caratteri similari alla sfida di Gesù di portare avanti il compito affidatogli dal Padre, che la sua vita non è banale perché ha scoperto in sé qualcosa di importante. In questa fase la fantasia pastorale può concretizzarsi in tante forme ma sempre con l’attenzione di non lasciar assuefare il giovane alle emozioni, piuttosto dandogli motivazioni e incoraggiamenti affinché tale sfida porti alla nascita di un uomo nuovo insieme a Cristo. È in questa fase che possono proporsi significative esperienze di servizio, anche molto forti.
San Paolo scrivendo ai Corinti dice: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18). La vera trasformazione non è ritornare a qualcosa di ideale, ma procedere verso la realizzazione di tutte le virtualità presenti in ogni giovane. Il passaggio tra le diverse fasi suppone uno sguardo profondo in chi accompagna, tenendo sempre a freno il proprio schema e le proprie preoccupazioni.
Il risultato? Quando tale cammino è portato avanti lasciando a Dio di essere protagonista insieme col giovane, avremo amici di Gesù e anche della Chiesa, sereni, consapevoli, fragili ma belli perché hanno scoperto la sorgente dell’Amore abitare in ognuno di loro.
Vittorio Zeccone