La famiglia che siamo diventati

Se un adolescente degli anni ’50 si trovasse di colpo davanti a un suo coetaneo di oggi gli riuscirebbe difficile capire che genere di rapporto vive con i suoi familiari.

Il trauma maggiore gli verrebbe dal constatare la mancanza di formalità nei rapporti tra di loro, dall’osservare una grande complicità su argomento che a lui erano assolutamente vietati.

La condivisione del quotidiano sembra essere il tratto distintivo della famiglia d’oggi. Questo per due elementi: nascono pochi bambini e l’età in cui si diventa genitori è molto elevata.

Le statistiche parlano di un indice di natalità di 1,3% per donna, massimo due figli.

Inoltre il 70% dei figli vivono con i genitori almeno fino ai 30 anni. Il 44% dei giovani alla domanda “perché continui a vivere in famiglia” risponde: che in famiglia “si sta bene, si ha ugualmente la propria libertà”.

Diventiamo genitori quando ormai siamo quasi fuori dall’orizzonte riproduttivo e ci ritroviamo alla soglia dei 50 anni con uno o due figli adolescenti su cui siamo totalmente concentrati.

Non siamo troppo diversi da loro nei modi di vestire; sembriamo macchine infantilizzate di produzione del fonema “sì”, che si lasciano interrompere, strattonare, martirizzare da una prole senza più regola che non sia quella di sentirsi il centro del mondo e il suo primo motore. 

Essere adultescenti

La curiosa conformità tra genitori e figli nel modo di abbigliarsi è uno degli indizi più immediati e significativi della percezione che gli uomini e le donne hanno di sé stessi.

È come se l’adolescenza non fosse più semplicemente una fase della vita – misurabile con strumenti cronologici – ma che sia una mentalità, un modo di atteggiarsi che può permanere a lungo, anche dopo la fine della giovinezza.

È un modo di cristallizzare il tempo che scorre, un sintomo di chi non ha alcuna intenzione di invecchiare, di chi vuole rimanere giovane ad ogni costo. L’adolescenza come ossessione di chi combatte l’invecchiamento fisico rimodellando il proprio corpo.

Sono adulti che non vogliono crescere. L’Oxford Dictionary ha coniato il neologismo “adultescente”, ovvero una persona di mezza età i cui vestiti, interessi e attività sono tipicamente associati alla cultura giovanile.

La prima conseguenza di questo travestirsi da Peter Pan da parte dei genitori non è l’abbandono delle proprie responsabilità ma – al contrario – la cura spasmodica dei figli… il 50enne che corre sul motorino come un ragazzino…

L’idea di “famiglia adolescente” nasce dall’esigenza di fotografare il cambiamento antropologico che ha trasformato le nostre famiglie dall’interno. Ragazzi e adulti sembrano insensibili alle differenze che finora li avevano sempre caratterizzati. Tutti ugualmente impegnati a inseguire i propri desideri, a comunicarli e a immortalarli sui social. Tutti invischiati in una sola e identica fase: l’adolescenza.

Come fossimo un sol corpo

Fino a 50 anni fa sarebbe stato impensabile unificare il mondo dei genitori e il mondo dei figli. Erano due universi paralleli, ed era naturale che tra loro non si creasse alcuna intimità. Questo aveva certamente dei limiti (rigidità…) ma anche qualche pregio, per esempio quello di favorire i figli nella costruzione di una propria autonomia. I figli individuavano i propri obiettivi forse anche nella fatica per raggiungerli, non di rado per imporli contro le resistenze della famiglia. Il distacco dai genitori poteva essere più o meno traumatico, ma restava in qualche modo naturale…

Oggi non è più così. Viviamo continuamente spalla a spalla. Non è infrequente che uno dei genitori si stenda su letto accanto al figlio e si addormenti con lui, o che il figlio vada a dormire nel letto dei genitori… La condivisione è talmente ampia che i genitori parlano con i figli liberamente… talvolta capita addirittura che chiedano loro di partecipare e giudicare, inducendoli a prendere posizione a favore dell’uno o dell’altro.

La quasi totale condivisione dei luoghi, delle abitudini, degli argomenti ha reso le distinzioni tra genitori e figli molto più sfumate di una volta. Per non dire confuse. È come se le fasi della vita, una volta distinte, si siano mescolate.

Questo processo è cominciato dopo la seconda guerra mondiale quando i giovani divennero “uno strato sociale separato” (Eric Hobsbawm). Il baricentro psicologico degli adolescenti cominciò a spostarsi dalla famiglia al gruppo generando un modo di affrontare la vita completamente diverso rispetto a quello delle generazioni precedenti. I giovani avevano i propri miti, il proprio modo di vestire le proprie espressioni culturali. Le mode dei giovani, gusti e atteggiamenti si imposero anche alle vecchie generazioni… Spesso l’intera famiglia indossa felpa e jeans.

Oggi si prolunga all’infinito la fase della condivisione, perché non si accetta più la separazione suscitata dall’adolescenza.

Abbiamo creduto a un’educazione diversa

I nostri genitori erano determinati a insediare dentro di noi un giudice inflessibile che ci avrebbe dovuto accompagnare tutta la vita. Forse erano troppo esigenti, ed erano incapaci di starci vicino quando ne avevamo bisogno, ance loro malgrado. LA PAROLA CHIAVE ERA ‘DOVERE’: noi dovevamo rispettare le regole.

Quando è venuto il momento di educare i nostri figli, non volevamo essere per loro ciò che i nostri genitori avevano rappresentato per noi. Eravamo persuasi che fossi giusti rifiutare l’etica del dovere. Il Super-Io rappresentava in qualche modo la voce paterna… I ruoli della famiglia erano ben chiari a tutti i membri: al padre toccava lodare o sgridare e punire i figli; la madre aveva un ruolo gregario anche se sotto sotto dirigeva la vita della famiglia.

L’etica del dovere – dunque – era intimamente connessa alla società patriarcale. E il primo risultato di tutto questo è stato il ‘conformismo’: il figlio diligente finiva per sottomettersi alle regole della famiglia.

Oggi invece siamo di fronte ad adolescenti adulti in un’epoca di adulti adolescenti.

Ma che cosa significa davvero diventare adolescenti?

I figli diventano adolescenti

A un tratto non li riconosciamo più. I nostri figli non sembrano più loro, reagiscono in tutt’altro modo, più riservato, o brusco, spesso fuori misura. Ci appaiono troppo tristi, o troppo allegri, troppo solitari… socievoli… Ci sconcerta la loro improvvisa imprevedibilità. Pensavamo di aver imparato a conoscerli… così credevamo.

E invece no. L’adolescenza dei nostri figli è un evento brusco, a cui noi genitori arriviamo sempre, ogni volta, impreparati. È un passaggio da gestire, per noi e per loro. L’adolescenza è come se introducesse d’un tratto quella distanza che ci eravamo illusi di scongiurare per sempre con i nostri comportamenti.

Il primo indizio è il loro mancato entusiasmo che presto si trasforma in esplicito rifiuto a passare la domenica assieme… “voglio restarmene a casa”… È una situazione a cui non siamo abituati al loro disinteresse… Ci allarma perché non capiamo che cosa sta succedendo.

Il distacco è iniziato a crescere sempre di più, senza fermarsi. D’altronde LA CAUSA E’ ORMONALE: intorno ai 12 anni gli ormoni entrano in moto e danno il via alla trasformazione fisica. E’ un’onda di ormoni che viene a sconvolgere durante la pubertà le reti della regolazione emotiva. Il sistema limbico, che guida le emozioni, si attiva fortemente, mentre la corteccia prefrontale (che controlla l’impulsività matura, promuove il raziocinio e il controllo degli impulsi) è in piena evoluzione e lo sarà fino ai 20 anni. Sono gli anni del disallineamento. “Il cervello dei teenagers non è difettoso, e non è nemmeno un cervello adulto pronto a metà: l’evoluzione lo ha modellato perché funzionasse in maniera diversa da quello di un bambino o di un adulto”.

Comportamenti come la propensione al rischio, la ricerca di sensazioni forti e il distacco dai genitori per rivolgersi ai compagni non sono segni di problemi cognitivi o emotivi, ma il naturale risultato dello sviluppo cerebrale, parte di ciò che serve a muoversi in un mondo complesso.

Tra i 12 e i 14 anni i ragazzi e le ragazze sono scarsamente empatici, hanno una certa difficoltà a riconoscere e a distinguere le espressioni emotive delle persone con cui entrano in contatto. Da questo momento in poi dobbiamo abituarci ad essere fraintesi.

Prima dell’adolescenza eravamo nella fase del rispecchiamento in cui un figlio tenta di modellarsi sui genitori e per questo risulta facile capirli.

Quando si conclude questa fase dovrebbe cominciare la mentalizzazione che è un processo più difficile con il quale dobbiamo ridisegnare l’intera mappa della relazione tra noi e i nostri figli adolescenti. Poiché per i genitori è difficile destreggiarsi si reagisce con un atteggiamento iperprotettivo, ansioso, Di conseguenza nostro figlio interpreterà le nostre premure come un segnale di sfiducia nei suoi confronti, come un’incapacità nostra di accettare la sua autonomia.

E’ come se i nostri figli non ci riconoscessero più, quasi non percepissero più in noi la fonte di un amore incondizionato. E’ come se si sentissero traditi per il fatto di non averci più dalla loro parte.  Vorremmo risolvere tutto abbracciandoli – come abbiamo sempre fatto – ma sarebbe troppo semplice; dobbiamo attrezzarci davanti ai musi lunghi esibiti a tavola, ai loro silenzi, alla porta della loro stanza sempre chiusa.

Considera il limbo

Bisogna sempre tener presente che durante l’adolescenza i nostri figli vivono in una sorta di limbo, prodotto dallo sviluppo contemporaneo, disallineato delle reti emotive e di quelle del giudizio.

L’esito naturale dello sviluppo cerebrale si manifesta con il distacco da noi per rivolgersi agli amici, con la propensione al rischio, con la ricerca di sensazioni forti, con cambiamenti repentini e radicali.

Solo se teniamo conto che il cervello degli adolescenti ha una sua unicità possiamo ridurre la nostra ansia.

Oggi le ragazzine non rifuggono la sessualità, ma anzi la vivono, la usano, e talvolta la esibiscono contro la madre per ribaltare la dipendenza.

Inoltre la Rete permette un accesso immediato a una immensa quantità di materiale pornografico… un ragazzo su tre frequenta siti pornografici. Questo bisogno di vivere sensazioni forti si chiama ‘sensation seeking’. C’è inoltre una disposizione al rischio (risk taking).

C’è però anche qualcosa di nuovo: “Oggi, gli adolescenti non hanno paura del castigo e non si sentono in colpa, perché gli adulti hanno abbandonato il sistema educativo della colpa e giustamente i figli non si sentono rei nei confronti del loro corpo e dei loro intimi pensieri” (Gustavo Pietropolli Charmet). Sono incapaci di vedere nelle loro scelte le possibili conseguenze sugli altri perché nessuno gli ha insegnato cosa significa ‘immedesimarsi nell’Altro da sé.

E la rete…

È l’adolescente Narciso, che ha continua fame di visibilità… non può fare a meno del suo pubblico… è sempre always on. “Quando gli adolescenti creano un profilo online, sono allo stesso tempo individui e parte di un collettivo. La loro rappresentazione di sé è costruita attraverso ciò che esplicitamente trasmettono e condividono con i loro amici, che si lega al modo in cui le altre persone rispondono loro” (Danah Boyd).

È un collettivo particolare: il pubblico a cui si offre ogni giorno la propria narrazione personale è solo quello da cui si ritiene di ottenere l’approvazione.

La domanda costante di FB è “A cosa stai pensando?” Viene chiesto di parlare di sé ma in pubblico. Al pubblico vengono consegnate le proprie emozioni, stati…. E poi foto e video… rappresentazioni che si ritengono adatte all’approvazione degli altri, i follower. Più se ne hanno, più l’immagine di sé viene rafforzata.

L’esperienza individuale, la condivisione di comportamenti trasgressivi degli adolescenti si alimenta molto dalla frequentazione di siti pornografici. Qui il sesso viene restituito in maniera distorta, totalmente arelazionale… con il rischio che questa rappresentazione del sesso diventi prevalente.

Questo cortocircuito da un lato consente ai figli di crescere ma al tempo stesso siamo proprio noi che entriamo in crisi perché ci sentiamo estromessi dallo spazio di autonomia che nostro figlio costruisce per sé. Per ricucire lo strappo siamo disposti a tutto. E la soluzione migliore ci sembra quella di tornare adolescenti… adolescenti come loro!

I genitori tornano adolescenti

“L’adolescenza è una malattia normale. Il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da sopportarla”.

Poiché non riusciamo più a leggere dentro di loro finiamo per comportarci come amanti traditi… rovistiamo nello zaino dei nostri figli, origliamo qualche telefonata, entriamo sotto falso profilo nella loro pagina fb. Tutti escamotage che testimoniano il nostro smarrimento…

L’ingresso dei figli nell’adolescenza getta scompiglio tra gli stessi coniugi. Ognuno sperimenta singolarmente il rifiuto del figlio e cerca di scaricare sul partner la propria impotenza… “sei troppo debole”… “sei tu che gli permetti di essere com’è” “ma perché sei così ottuso e non capisci come si sente?” Capita di non sentirsi sostenuti dall’altro in un momento di così grande timore e smarrimento.

Che cos’è cambiato per i genitori di un figlio adolescente?

Oggi il futuro dei nuovi cinquantenni non è più quello di una volta: sentono di avere ancora una parte della vita da giocarsi pienamente. Ed ecco che, in qualche modo strambo, genitori e figli si trovano a vivere una vita parallela. Genitori sì, ma genitori ‘moderni’.

Pur essendo importante il ruolo di genitore, si ricerca una realizzazione personale come uomo o donna.

Inoltre i genitori sono invasi da un senso di insicurezza nel rapporto con i propri figli.

I genitori crescono i loro figli senza potere. E così i genitori cercano conforto nei propri figli per le scelte che li riguardano. Non sono più i figli ad avere bisogno delle legittimazioni dei genitori, ma sono anche i genitori che hanno bisogno delle conferme dei figli. E’ come se il ruolo genitoriale dipendesse in misura importante dall’approvazione filiale.

Siamo passati da un eccesso all’altro: dalla famiglia ‘padrona’ alla famiglia ‘serva’ dei capricci dei figli.

“E perché, con la scusa di essere genitori responsabili, state inculcando ai vostri figli lo stesso ethos del consumo, se i beni materiali non sono l’essenza dell’umanità: perché vi state assicurando che la loro vita sia ingombra di oggetti come la vostra, con doveri e paranoie e immissioni ed emissioni, così che l’unico scopo per cui avranno vissuto sarà quello di perpetuare il sistema, e l’unica ragione per cui moriranno sarà il fatto di essersi logorati?” (Franzen, Forte movimento).

Eppure gli adolescenti avrebbero bisogno di confrontarsi con adulti stabili, convinti delle proprie idee, in grado di assolvere in modo fermo il proprio ruolo educativo. Perché nella lotta contro i genitori per far valere il proprio punto di vista, i giovani imparano a riconoscere i propri limiti e a trovare una propria coerenza personale.

In genere esistono due modi per rapportarci a un oggetto: relazionandoci o usandolo. Nel primo caso l’altro esiste in quanto proiezione dei propri stati d’animo; nel secondo – l’uso dell’oggetto – c’è il riconoscimento di una sua realtà che prescinde dal soggetto.

In pratica: i genitori sono parte del mondo onnipotente dei propri figli, i quali hanno bisogno di un avversario per potersi affermare. In questa lotta i genitori vengono uccisi molte volte nella fantasia. Quante volte gli adolescenti fantasticano sulla morte dei genitori per sentirsi liberi, ma poi scoprono che i genitori sono più forti delle loro fantasia distruttive.

La risposta da parte dei genitori è dunque fondamentale: devono restare saldi di fronte agli attacchi del figlio adolescente, evitare rappresaglie che rischierebbero di confermare l’immagine distorta che il figlio proietta sul genitore.

D’altronde: se i genitori tornano adolescenti, perché i figli dovrebbero diventare adulti?

Madri e figli

Nell’adolescenza ci sono molto ambivalenze nel rapporto madre-figlia-

IL fatto che le scambiano per sorelle non è di poco conto: sono due corpi che si rispecchiano. Ma, nella figlia gli ormoni salgono vertiginosamente, mentre nella madre calano e chiudono la sua fase di fertilità. Da una parte la crisi di crescita, dall’altra una crisi di maturità raggiunta pienamente.

Succede così che entrambe si guardino con amore sì, ma anche con uno spirito di competizione ‘sui generis’ e sotterraneo. La madre vede in lei la giovane che è stata e che ormai non è più. L’adolescenza della figlia le ricorda che non è più una ragazza. Ecco perché a lei fa piacere di essere scambiata per una sua coetanea.

L’intrusione delle madri si manifesta anche in situazioni ordinarie come quando (organizzare le vacanze della figlia…) è un modo di prendere parte alla vita delle figlie, senza rendersi conto che così finiscono per privarle di un’esperienza importante, educativa: quella di discutere fra loro, scontrarsi, trovare un compromesso e decidere cosa e come fare.

Del tutto diverso è invece il rapporto della madre con il figlio maschio. È frequente che le madri abbiano un forte rapporto proiettivo col figlio maschio. Se con la figlia il rapporto proiettivo è di tipo paritario, con il figlio maschio è idealizzato e molto simile a quello che solitamente una donna stabilisce con un uomo.

Padri e figli

La maggioranza di noi hanno dovuto fare i conti con la figura di un padre inarrivabile.

Noi siamo stati la generazione educata dalla legge del padre, una legge che prevedeva quasi sempre il no. E il no serviva a garantire l’ordine, in famiglia e fuori.

Quando siete diventati padri sapevate una cosa soltanto: non volevate essere per i vostri figli quello che vostro padre era stato per voi. Non volevate che vostro figlio si sentisse inadeguato e senza fiducia in sé stesso, né volevate che vostro figlio vedesse nell’allontanamento da voi l’unica chance per sentirsi libero.

Una volta attaccato alla radice l’apparato simbolico che sosteneva la società patriarcale, quale padre siamo riusciti a rappresentare? La nostra è diventata l’epoca dell’evaporazione del padre (Jacques Lacan).

La nostra è la generazione della liquefazione dei punti di riferimento sociale. È inevitabile che il padre nutra il dubbio di assolvere malamente la sua funzione. Anche se lo volesse un padre non potrebbe più proporsi in modo convincente nel suo ruolo paterno tradizionale. Sono cambiati i padri e sono cambiate le donne con cui avete dei figli, il loro ruolo sociale e familiare. I padri si occupano di loro, gli danno il biberon, cambiate i pannolini, li accompagnate a scuola anche quando la madre non è impegnata nel suo lavoro. Soprattutto giocate con loro. Insomma, oggi il padre non è così diverso dalla madre. Non è neppure più il padre a fare rispettare sempre le regole: a volte è la madre la figura più autorevole, e il padre giochi la figura del fratello maggiore.

E’ cambiato il codice. Se prevale il codice ‘paterno’ nei rapporti con i figli diventa rilevante riconoscere e stabilire regole, limiti, punizioni, ossia una cornice normativa interna alla famiglia, capace di valorizzare l’impegno e la responsabilità individuale. Se invece prevale il codice ‘materno’ viene dato valore all’appartenenza, alla condivisione, alla cura nei confronti dei figli… “e figli so fili” come dice Filumena Marturano.

Nel mondo contemporaneo il padre cade nel paradosso di diventare il doppione della madre, senza però averne l’autorevolezza.

Dunque, il padre e la madre non personificano più gli archetipi paterno e materno sedimentati nella cultura del passato.

Specie in un periodo di confusione e di crisi come l’adolescenza, i figli non hanno bisogno fi un padre amico. Hanno bisogno di una figura autorevole, che non vuol dire autoritaria. Una figura la cui autorevolezza sia capace di far fronte agli attacchi dei figli, che dal canto loro stanno costruendo la propria identità e autonomia.

La parola chiave è “desiderio” perché oggi “viviamo esistenze frammentate e attimali; cerchiamo intensità momentanee, i nostri pensieri e progetti, le nostre passioni faticano a durare” (Mazzoni).

La sessualità condivisa

In passato la maggior spinta all’autonomia dei figli derivava dagli ostacoli che i genitori frapponevano allo svolgimento della loro sessualità. Prima il desiderio sessuale era qualcosa di privatissimo… Spesso era proprio la necessità di superare i divieti familiari e sociali e sperimentare la propria sessualità a spingere i giovani a formarsi una famiglia il più in fretta possibile. Gli spazi per la sessualità d’altronde erano pochi e clandestini, strappati al controllo degli adulti. Le prime esperienze sessuali si praticavano e vivevano nel terrore di essere scoperti. Inoltre prima l’educazione sessuale avveniva sotto il segno dell’illegittimità famigliare e del senso di colpa perché, di necessità, la sessualità maschile si rivolgeva alle figure femminili della famiglia. Intorno ai 14/15 anni noi ragazzi venivamo travolti dalla passione per le ragazze. Ritagliavamo foto di attrici e le tenevamo nel cassetto, si attaccano poster alle pareti. Soprattutto ci si scambiava riviste porno. Il desiderio nasceva, così, con il marchio della fantasia ‘peccaminosa’. La sessualità era rigidamente controllata. La sessualità era un argomento tabù, non se ne doveva parlare. La sola ipotesi che i nostri genitori venissero a conoscenza di un nostro sentimento suscitava in noi un senso di intollerabile vergogna, quasi fosse improprio, illegittimo.

Questa distanza fra genitori e figli rendeva necessario uno spazio segreto in cui erano ammessi solo l’amico o l’amica del cuore.

OGGI INVECE la sessualità è diventata naturale nella famiglia: pervade la televisione, il cinema, la pubblicità. È esplicita nel discorso corrente. Ci sembra persino doveroso informare i genitori quando è giunto il momento.

La domanda è: che valenza ha il nostro modo di rapportarci alla sessualità dei nostri figli? Sicuri che questa valenza sia così chiara e di segno così univocamente positivo? Oggi non c’è bisogno di alcuna particolare spinta per accedere alla sessualità: perché è apertamente legittimata. E’ un’esperienza ‘disinnescata’. Siano noi a disinnescarla perché facilitare l’esperienza sessuale dei nostri figli ci rassicura e ci permette di continuare a tenerli sotto controllo. Pensiamo che avviandoli alla sessualità è come se ribadissimo la nostra egemonia, prolungandola.

Il rischio, quando figli e genitori condividono in tutto e per tutto l’esperienza sessuale e affettiva, è che gli adolescenti non riescano a dare profondità a spessore alla propria sessualità. Le esperienze sessuali custodiscono sempre qualcosa di indicibile, ineffabile… turbamenti, ansie, paure… Se vissuta sotto gli occhi di tutti, della sessualità non resta che la superficie.

Insomma: che l’accesso alla sessualità venga considerato una cosa scontata, può non essere di aiuto ai ragazzi per vivere la profondità di una relazione. C’è bisogno di intimità, di privatezza, per comprendere, per crescere. Perché non si diventa se stessi se non, anche, imparando a stare soli.

Quando la familiarità è eccessiva la sessualità non è più un motore importante di emancipazione perché non è più un’esperienza che appartiene in tutto e per tutto al ragazzo o alla ragazza che l’hanno desiderata e che l’hanno ottenuta lottando. Per certi versi appartiene anche ai genitori.

Nella famiglia ‘liquida’ vengono meno non solo gli apparati normativi ma anche le necessarie differenziazioni. E invece costruire la propria identità richiede, se non proprio segretezza, almeno intimità e rispetto per la propria singola e individuale differenza.

La famiglia vischiosa

Dunque: contro ogni nostro disegno e a dispetto dell’impegno profuso, abbiamo costruito una famiglia adolescente.  Questi i tratti distintivi.

La famiglia adolescente è una famiglia vischiosa, osmotica, priva di confini evidenti al suo interno. E’ talmente vischiosa che i figli faticano ad abbandonarla. La famiglia adolescente si premura di continuare a offrire una cuccia comoda, parecchi benefit.

Ma la famiglia vischiosa finisce inevitabilmente per essere anche una famiglia ‘endogamica’, perché tutto avviene al suo interno all’insegna della reciproca complicità.

La famiglia adolescente sembra fare compatta lo stesso percorso. Ma un coinvolgimento reciproco troppo intenso provoca confusione degli spazi personali e dei ruoli. Non si concede reciprocamente nessuna tregua: i genitori corrono e sono in contatto con altri genitori per accordarsi su chi fa cosa. Un’ora di orari e luoghi in cui farsi trovare.

Quello che non capiamo è che per i figli l’incubo è maggiore. Perché loro non scelgono, si sentono costantemente sotto addestramento, seppur travestito da attività ludica, ricreativa. Non fanno a tempo a uscire da scuola che ecco lo sport, la musica, le lingue… Di ludico c’è poco e i ragazzi lo capiscono subito perché poi i genitori vogliono i risultati. Perché nella famiglia adolescente la riuscita dei nostri figli è la ‘nostra riuscita. Per capirlo basta leggere l’apprensione disegnata sul volto di madri e padri quando li accompagnano in piscina, e financo, a una festa a casa di un amico.

Da questo punto di vista la famiglia adolescente non rappresenta un anticorpo rispetto alle patologie scatenate dalla società contemporanea.

Al contrario “l’edonismo, l’inappartenenza, il rifiuto del sacrificio, il desiderio di perpetuare parti estese di infanzia, di adolescenza, di gioco, di sogno: ogni critica a questi valori si arresta davanti a un ‘perchè no?’ cui è molto difficile rispondere, la forma-consumo essendo il compimento del processo di secolarizzazione. Se il tempo è solo una lunga emorragia di vitalità, allora è meglio fare fino all’ultimo gito della giostra” (Mazzoni, I destini generali).

Tutti inchiodati al presente in una grande casa di vetro.

Ed invece “Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è pubblico. Nessuno che applauda, che ammiri. Nessuno che vi veda. Capite? Ecco la verità: il vero erotismo non riceve ovazioni, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la fila per vederlo. Nessuno se ne interessa” David Foster Wallace, Il re pallido).

Epilogo

L’immagine che descrive questo tempo è la seguente: navigare la tempesta, a volte dando un colpo di timone, a volte assecondando il movimento delle onde.

Dobbiamo bilanciare i dubbi che ci assalgono, sapendo che stiamo condividendo con loro due o tre anni tra i più difficili non solo per noi, ma soprattutto per loro. Piano piano il moto ondoso in cui siamo tutti coinvolti si placa e trova un suo assetto. Siamo tutti in mare. L’adolescenza appartiene ai figli, ma investe l’intera famiglia. Oggi lo è in modo ancor più specifico.

Senza modelli di riferimento a cui richiamarci, i genitori di oggi sono soli, sentono così ‘liquido’ il proprio ruolo che cercano conforto e conferma dai figli, persino una legittimazione.

L’unica cosa da fare è continuare ad essere presenti e vigili senza farsi indebolire dalla loro rabbia. Se siamo in grado di resistere, i nostri figli prenderanno atto che la loro rabbia non è in grado di distruggere tutto e che i genitori sono più forti delle loro strattonate, sono saldi e capaci di essere sempre un riferimento che non viene meno. I genitori devono essere per loro un oggetto d’uso, cioè riconoscerli come figure presenti nella realtà, con i loro aspetti positivi e negativi.

Un consiglio? Bisogna cambiare marcia con i figli che crescono. Non possiamo continuare ad avere le stesse aspettative di quanto erano piccoli. È vero che non è facile sopportare il mugugno, il muso, i risentimenti… ma è importante che le nostre risposte ai comportamenti dei figli non provochino un corto circuito.

Anziché lo scontro – se rientra tardi – “Sei tornato troppo tardi, adesso vai a dormire, ne parliamo domani”. Così restituiamo l’immagine del genitore che sa mantenere il controllo della situazione, stabilendo le regole del gioco.

Il padre può giocare un ruolo importante se impara a occupare la scena familiare, può mettere dei punti fermi, pur mantenendo un atteggiamento amichevole con i figli. Anche in maniera convincente e duratura. Importante è non assumere il ruolo del genitore amico, non giova al genitore e ancora meno al figlio. Dobbiamo sforzarci di non assecondare il rapporto di complicità che potrebbe crearsi se assumiamo il ruolo di confidenti che presto si trasforma in una invasione degli spazi personali del figlio.

Anche nella condivisione delle confidenze un atteggiamento saggio potrebbe essere quello di disporsi all’ascolto marcando tuttavia un confine con un suggerimento: “Capisco quello che stai vivendo, ma perché non ne parli anche con i tuoi amici? Magari loro condividendo le stesse esperienze ti possono capire meglio”. Sono parole difficili da dire, perché è difficile non intervenire quando si vede un figlio in difficoltà.

Spesso siamo troppo spaventati dalla possibilità che i nostri figli restino traumatizzati da qualche esperienza mal gestita, li vorremmo proteggere, anzi evitargliela.

Dobbiamo imparare a tenere a freno la paura di non essere abbastanza forti, perché è molto importante responsabilizzare i nostri figli, specie in questo periodo della crescita. Dobbiamo farli partecipare alla vita familiare a partire dalle cose pratiche. Solo responsabilizzandoli li mettiamo in condizione di sprigionare la loro forza, la loro vitalità e il loro entusiasmo.

E se l’adolescente è una persona che ha un motore potente che non è in grado di guidare (Jay Giedd), comprendiamo quando sia necessaria una nostra guida discreta e consapevole.